Epic fails

Talbot Tagora, meteora anni 80

La tormentata storia di Talbot e il suo canto del cigno, la Tagora

Se eri bambino negli anni ottanta, potresti forse averne incontrata una, magari senza sapere che auto era. Eh sì, perché sto parlando di una vettura rimasta in commercio appena 3 anni, e prodotta in poco meno di 20.000 esemplari. Non era una sportiva elitaria, e nemmeno una lussuosa vettura per pochi, ma una sfortunata berlina di un marchio dal passato glorioso, ma altrettanto sfortunato.

Sto parlando della Talbot Tagora, una vettura ben fatta e con diverse qualità, ma di cui il mercato non aveva bisogno e penalizzata da due difetti fatali. Ma prima un po’ di storia.

La Talbot

La travagliata storia della Talbot prende l’avvio nel 1902, quando l’inglese Talbot e il francese Clément fondano una società per la produzione di auto in Gran Bretagna, più precisamente a Londra. L’impianto, di cui resta oggi solo l’edificio che era destinato all’amministrazione, costituiva un bellissimo esempio di architettura industriale in stile edoardiano.

Le vetture Talbot si impongono subito sulla scena internazionale grazie ai ripetuti successi agonistici, ma nel 1914 il figlio di Clément perde la vita in gara, seguito poco dopo dal figlio di Talbot, ucciso al fronte. I fondatori abbandonano l’attività, che dopo alcune peripezie viene rilevata dal gruppo inglese Sunbeam. Proseguono i successi sportivi, ma con la grande depressione anche Sunbeam finisce in liquidazione: a quel punto il ramo inglese passa in mano alla Rootes, e quello francese alla Lago. Le Talbot-Lago degli anni 30, come la stupenda T150 SS “Teardrop Coupe” sono oggi assai ambite dai collezionisti per la loro indiscussa eleganza.

La Talbot Lago T150 SS TEARDROP COUPE del 1937

Nonostante i successi sportivi, però, il marchio continua a non decollare commercialmente, per cui nel 1958 viene rilevato dalla francese Simca. Il tentativo fallisce appena un anno dopo.

Passano gli anni e nel 1967 è Chrysler a interessarsi al marchio, acquistandolo insieme a Simca per commercializzare una gamma di vetture economiche in Europa. Anche questa iniziativa termina senza grande successo nel 1978, con la cessione del marchio a PSA (Peugeot-Citroen).

Dal 1978 al 1986 il gruppo francese tenta di costruire una nicchia di mercato per la Talbot, ma il fatto che si tratti essenzialmente di vecchi modelli Simca ristilizzati non conferisce alla vetture un appeal sufficiente presso il pubblico.

E’ proprio negli anni settanta che nasce l’ultimo tentativo di rilancio: la Tagora.

Il progetto C9

E’ il 1976 quando Chrysler decide di investire nel progetto C9 per la realizzazione di una ammiraglia di segmento E, destinata a dare nuova linfa alle vendite del marchio in Europa.

Si tratta di un mercato che all’epoca vede impegnati diversi costruttori, con modelli di successo: dalle classiche BMW serie 5 e Mercedes W123 alle Opel Rekord, Ford Granada, Audi 100.

Quando il gruppo PSA rileva il marchio Talbot dalla Chrysler, il progetto è già in fase avanzata.

Peugeot e Citroen sono già presenti nello stesso segmento con la elegante 604 e la avveneristica CX, per cui il rischio di una concorrenza interna con i modelli del gruppo è elevato, ma il progetto è praticamente pronto e si tratterebbe di un modello completamente nuovo ed esclusivo per il marchio Talbot. Si decide quindi di portarlo avanti, cercando di sfruttare al massimo le sinergie del gruppo per la componentistica. E’ il 1980 quando, al salone di Parigi, viene presentata la Talbot Tagora.

La Tagora

La vettura ha le dimensioni di una odierna BMW serie 3 ed è quindi a tutti gli effetti, per l’epoca, una ammiraglia. Lo stile è quello classico a 3 volumi (non sono previste varianti di carrozzeria) e anche se moderno, con i fascioni paraurti in plastica nera tipici del periodo e il design piuttosto squadrato, appare da subito privo di personalità.

Le ampie superfici vetrate e il parabrezza inclinato conferiscono comunque luminosità all’abitacolo, che la stampa specializzata giudica subito positivamente per l’abitabilità e l’ampiezza dello spazio a disposizione dei passeggeri.

Meccanicamente, la vettura sfrutta la banca motori del gruppo, ereditando per la versione base il vecchio 2.2 Simca da 115cv, e completando la gamma con il V6 2.7 Peugeot da 165cv e il turbodiesel 2.3 da 80cv.

Dal punto di vista telaistico, la Tagora vanta freni a disco su tutte le ruote, sospensioni anteriori Mc-Pherson e posteriori a ruote indipendenti (una prerogativa non comune all’epoca).

Insomma, sulla carta si tratta di una vettura ben costruita e performante, tant’è che raccoglie subito giudizi lusinghieri dalla stampa specializzata per quanto riguarda tenuta di strada, abitabilità e consumi, ma è segnata da un impianto di ventilazione assolutamente insufficiente e, soprattutto, da interni non all’altezza della concorrenza per qualità e tipologia di materiali impiegati.

Sono difetti imperdonabili, in una categoria dove lusso e raffinatezza stilistica sono irrinunciabili. E infatti la clientela condanna senza appello la Tagora, che terminerà la produzione già nel 1983, con meno di 20.000 esemplari prodotti e appena 1.310 nell’ultimo anno.

E’ il colpo di grazia anche per il marchio Talbot, che sopravvivrà su una vettura fino al 1986, con l’utilitaria Samba di derivazione PSA. Il marchio uscirà poi definitivamente di scena nel 1993, con l’ultimo furgone assemblato in Inghilterra su base meccanica Fiat Ducato.

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